AUSTRALIA – Aneddoti di viaggio

Non c’è felicità per l’uomo che non viaggia.

Aiatareya Brahmana

Impossibile, dopo un mese in terra australiana, non avere qualche aneddoto da raccontare. Le nostre avventure, infatti, ci hanno regalato svariati momenti di panico e di crisi, oltre alle varie possibilità di avvistamento animali “strani” e ad esperienze –solo alcune- che non vorrei ripetere.

A Melbourne abbiamo vissuto i primi momenti di panico e, come è normale, le prime figure di m***a e le prime litigate.

Prendete due turisti, metteteli su una bicicletta, direzione St. Kilda, e ricordate loro di restituire il mezzo entro lo scadere dei 30 minuti! Uscire dal traffico di Melbourne, con la paura di essere nella corsia sbagliata, seguendo segnali stradali poco chiari, sotto lo guida dei passanti (perché da soli, chissà dove saremmo finiti, soprattutto con il mio senso dell’orientamento!) che ci guidavano nella direzione giusta. La giornata è stata battezzata dal Pescatore “fuori in 30 minuti”.
A Melbourne abbiamo avuto anche il primo momento di crisi: la domenica mattina facevamo il check out dalla camera Airbnb che avevamo prenotato per 3 notti. Non eravamo riusciti a trovare un’offerta per il camper per Adelaide e quel giorno era domenica, quindi tutti gli autonoleggi erano chiusi, in più la stanza non era disponibile un’altra notte. Ci siamo quindi ritrovati senza un posto dove dormire quella notte, in un parco con 4 zaini in spalla e 30 gradi all’ombra, e senza un mezzo di trasporto per la settimana in costa.
Disperati, ci siamo messi a fare acroyoga sotto un albero, in maglietta e pantaloncini direttamente sull’erba, e pian piano la soluzione è arrivata.

Altro momento di panico totale è stato la mattina seguente prendere in mano un furgoncino e immettersi nelle strade di Melbourne, prima per raggiungere un supermercato in cui comprare lenzuola e cibarie, poi per dirigerci verso la Great Ocean Road.

Che gli australiani guidassero dalla parte opposta, lo sapevamo già: quello che non sapevamo era che il cambio è a sinistra -e chi ha sensibilità nella mano sinistra per cambiare le marce??- e la leva delle frecce è a destra. Quindi immaginatevi, ogni volta che bisognava girare a destra o a sinistra, l’ansia di prendere la corsia giusta (quando le strade ne hanno 3) aumentava al vedere improvvisamente azionati i tergicristalli (che per la cronaca sono quindi invertiti, a sinistra).

Ci sono stati momenti in cui io (a quanto pare, secondo il Pescatore, troppo paranoica) ho pensato che fosse arrivato il mio momento, perché fidarsi della gente che c’è in giro non va mai troppo bene.

La prima è stata ad Emu Bay, a Kangaroo Island. Il Pescatore era felicissimo di aver scoperto come, nel nostro stesso traghetto, c’erano molti pescatori venuti sull’isola per un week end di pesca –a quanto pare Kangaroo Island è proprio famosa come luogo di pesca -. Il primo giorno, con la canna da pesca comprata a Melbourne, ha provato a tentare la sorte. Dopo un tentativo fallito a Kingscote (solo granchi), ci siamo spostati ad Emu Bay: quella è stata l’unica volta in cui la pesca in terra australiana ha dato i suoi frutti e ci ha salvato da una cena certa a base di fagioli in scatola e riso lessato. La fortuna del principiante ha voluto che pescasse uno dei pesci più buoni dell’isola! Poco dopo, una barca con 2 signori e 2 bambini si è avvicinata incuriosita, congratulandosi della preda e offrendosi di sfilettare il pesce. Sono sincera: in quel momento ho pensato che ci avrebbero derubato soldi e passaporti, se non addirittura ucciso. Non c’era nessuno in giro, questi “nativi” dell’isola erano in maniche corte (noi con giacca a vento e congelati), i bambini non si facevano una doccia da almeno due settimane, scalzi e con vestiti strappati, sicuramente non avevano fissa dimora. Beh, l’ha vinta il Pescatore, che si è trovato con tanto di coltello in mano a sfilettare un pesce e lanciarne i resti ai pellicani.

La seconda è stata all’arrivo ad Alice Spring. Avevo convinto il Pescatore a provare l’esperienza di Coachsurfing, soprattutto visto che sarebbe stato soltanto per una notte e, se avessi dovuto scegliere un posto in cui soggiornare con un locale, il centro dell’Australia era sicuramente quello giusto. Non c’erano tante opzioni di hosts, quindi ho contattato Scott, dopo aver letto accuratamente il suo profilo. E’ un mezzo aborigeno e ha lavorato come ranger a Kings Canyon, cosa che mi interessava parecchio. Beh, si era offerto di venirci a prendere all’aeroporto, ad un prezzo inferiore al costo della navetta. Primo momento di panico in aeroporto: “chissà se si presenta e chissà dove ci porta”. Secondo momento di panico in macchina: doveva fermarsi all’ospedale per una visita e intanto ci poteva lasciare a fare la spesa in centro – noi con i sacchetti della spesa fuori dal supermercato, a 40 gradi all’ombra, “chissà se ci viene a prendere”. Terzo momento di panico: dopo averci fatto entrare in casa (dove regnava il cosiddetto “disordine ordinato”, c’erano appese varie pelli di animali che lui stesso aveva scuoiato-tra le tante esperienze di vita, aveva anche trascorso un mese nel deserto nutrendosi solo di gatti e conigli a cui dava la caccia-) e mostrato la stanza (quella di sua figlia di 10 anni, in quel momento dalla madre), si offre di portarci a vedere il tramonto –“chissà se in realtà non ci porta da qualche parte nel deserto per ucciderci”-. Ovviamente i discorsi tra virgolette sono stati pensieri esclusivamente miei.
L’esperienza in sé è stata davvero unica: noi abbiamo cucinato un piatto di carbonara e lui ci ha intrattenuto con interessantissime informazioni sugli aborigeni, le sue teorie della creazione del mondo e dell’uomo e la presenza di vite parallele. Un uomo di mondo: davvero contenti di averlo conosciuto. Avremmo potuto soggiornare da lui anche l’ultima sera ad Alice Spring, ma abbiamo preferito rilassarci in un ostello, tra l’altro fantastico.

La terza è stata quando ci siamo avventurati per una zona ad accesso “vietato”. Eravamo a Sydney e avevamo dedicato la giornata a Jervis Bay. Avevamo già visitato una delle spiagge e, tornando indietro, ci siamo fermati in un piccolo supermercato per comprare dei gelati. Il ragazzo di mia sorella si mette a parlare con il proprietario e gli chiede quale sia la spiaggia più bella della zona: lui accenna a Summercloud bay. Io controllo sulla cartina e di questa non c’è traccia. Gli mostro la cartina e mi segna il punto esatto dove si trova. Io rimango perplessa: la zona è segnata in grigio e la legenda dice “Wreck bay Aboriginal Community Land: no public access”. Perfetto. Non dico niente e ci avviamo verso la spiaggia. Proprio prima di svoltare in direzione della spiaggia, un cartello dice: “vietato l’accesso agli estranei. Amici benvenuti”. Il ragazzo di mia sorella se ne frega altamente: “noi siamo amici, ormai sono venuto fin qui…”
Arriviamo in spiaggia e parcheggiamo di fianco alla rampa per le barche. Dietro di noi parcheggia poco dopo un furgoncino bianco alla cui guida c’è lo stesso aborigeno che –chissà come- era anche al parcheggio del supermercato. Io, come sempre, sono l’unica che pensa: “ecco, il proprietario del supermercato ci ha mandato qui apposta per farci uccidere, ha detto all’aborigeno di seguirci e vedere se entravamo in terre proibite”. Per fortuna non è successo niente. Abbiamo fotografato effettivamente una delle spiagge più belle che ho visto in Australia, se non fosse stato per il fiumiciattolo dal colore rosso-bruno inquietante che sfociava proprio in spiaggia.

La quarta è stata mentre passeggiavamo per Manly: la Scenic Walkway è segnalata in modo pessimo e, arrivati ad un certo punto, siamo rimasti bloccati davanti ad un cartello, senza sapere che direzione prendere. Un tizio, montato su uno di quei furgoncini che si vedono nei campi da golf, ci si avvicina e ci chiede se abbiamo bisogno d’aiuto. Gli spieghiamo che vorremmo tornare verso il centro di Manly, e non prendere la deviazione per il North Head Sanctuary, perché non abbiamo tanto tempo e sembrano 3 km in più. “Quando tornerete qua?” ci chiede. E noi: “forse mai più”. “Beh, allora vi porto io, tanto io comunque devo andare da quella parte”. Io guardo il Pescatore e nella mia testa penso solo “questo ci fa salire e ci porta chissà dove, magari ha noleggiato la divisa da ranger, poi ci deruba o ci uccide, proprio nel nostro ultimo giorno in terra australiana”; però alla fine il passaggio lo prendiamo e così quello che scopriamo essere un argentino ci fa fare un giro “guidato” del centro militare, fino a portarci al punto panoramico. Ecco, ogni tanto va bene anche buttarsi: al massimo, non sarei stata qui a raccontarlo!

L’esperienza del campeggio vero e proprio è stata un’altra di quelle indimenticabili.

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Tra le varie notti passate sotto un cielo stellato, la peggiore è stata quella a Kings Canyon, nel Red Centre.

Non avevamo ancora imparato che cucinare nel camper quando ormai faceva buio, non era una buona idea. Il caldo era insopportabile (figuriamoci se dovevo mettermi a fare bollire l’acqua), avevo accesso la luce e lasciato la porta aperta. In 10 minuti siamo stati assaliti da migliaia di insetti, la maggior parte di specie sconosciuta (tanto che, vista la reputazione che ha l’Australia, ti chiedi se ognuno sia velenoso o se ti ucciderà). Da quella volta abbiamo iniziato a preparare la cena alle 18. Ma quello non è stato niente a confronto di cosa è successo a notte inoltrata. A quanto pare il campeggio aveva appena fatto una disinfestazione, visto l’arrivo dell’estate. Una volta scesi dal camper, era impossibile restare con i piedi per terra per più di 3 secondi: le formiche ti attaccavano, letteralmente, si arrampicavano ad una velocità anormale e mordevano! Ma il peggio è stato camminare fino ai bagni pubblici (che ovviamente sono gli unici luoghi con luce durante il buio): cavallette che ti saltavano addosso, coleotteri dai mille colori (avete presente quelli di Pumbaa e Timon?) che occupavano tutti i lavandini, scarafaggi che correvano da una parte all’altra, insetti morti ovunque ricoperti da mari di formiche. Insomma, un incubo.
Durante il nostro mese in terra australiana abbiamo visto diversi animali, tutti nel loro habitat naturale: koala, canguri, wallaby, emù, varani, un possum, un pesce palla (morto, sulla spiaggia), un serpente tigre, un’echidna (anche quello morto), un insetto stecco, leoni marini, cacatua, ibis. Niente ragni particolari o enormi, stranamente.

L’Australia mi ha stupita con tante immagini di cui vi lascio qualche scatto, per la categoria da me soprannominata “only-in-Australia”.

Durante un mese le norme igieniche (per me) di base, sono andate a farsi fo**ere, a scapito dello spirito di sopravvivenza. Come ho messo subito in chiaro con il Pescatore, per evitare equivoci, “queste cose succedono solo qui in Australia, poi quando torniamo a casa si ritorna alla normalità”. Perché sappiate che sono anche una maniaca della pulizia e dell’igiene: le mani si lavano sempre prima di mangiare, le maniglie delle porte sono un covo di batteri, in metro non si tocca niente, eccetera, eccetera.

Per cominciare, io ho avuto la bella idea, appena atterrata, di comprare uno di quei gel tipo amuchina per disinfettarsi le mani: l’ho usato due volte. Se c’era la possibilità, si lavavano le mani con acqua corrente –niente sapone- o con l’acqua della cisterna (tra l’altro mai cambiata) del van, altrimenti niente. Mani che poi si usavano per aprire i panini e rimpinzarli di affettato da vaschetta appena comprato al supermercato, oppure per assaggiare patatine.

Mi sono sempre seduta per terra, spesso con gli stessi pantaloni che poi infilavo sotto le lenzuola in van, per non morire di freddo (e chi se lo era portato un pigiama a maniche lunghe per quella che doveva essere l’ESTATE australiana?)

Non parliamo poi dei posti dove abbiamo dormito. A parte le camere Airbnb, sempre pulite, il Pescatore ha avuto la malsana idea di guardare cosa ci fosse sotto il letto nel dormitorio comune dell’ostello in centro a Melbourne. Non fatelo. Io ho preferito non sapere. Ostelli in cui ti danno sempre un lenzuolo e una federa, ma l’imbottita credo non la cambino ogni volta –ti chiedono di lasciarla lì sul letto, quando invece devi portare alla reception le lenzuola usate-.

Un’altra scena che ho preferito nascondere a mia madre e ai suoceri è stata quando siamo andati a prendere il van per la Great Ocean Road. Sapevo che non venivano fornite né lenzuola né cuscini né coperte e l’intenzione era quella di andarli a comprare. Il tipo al noleggio ci chiede: “Ragazzi, avete lenzuola, cuscini, etc?” Io: “No, ma andiamo a comprarli adesso”. “Volete dare un’occhiata a quello che hanno lasciato le altre persone prima di voi, magari vi torna utile qualcosa?” Io, decisa: “No, no, non ti preoccupare”. Il tempo che lui finisce di spiegarci come montare il letto e ci mostra i vari accessori e la PULIZIA generale del van e io penso: “e chi si compra cuscini e coperte, per poi doverle lasciare tra 5 giorni quando dobbiamo prendere un altro mezzo? E poi, viste ormai le condizioni igeniche del van…”.
“Beh, magari diamo un’occhiata” gli dico alla fine.
E fu così che presimo in prestito 2 cuscini e una coperta imbottita, che a dare retta al Pescatore non sarebbe servita, dal momento che la giornata prometteva 30 gradi alle 9 di mattina, temperature che si sarebbero sicuramente mantenute. Visti invece i successivi 15 gradi costanti e il freddo che abbiamo patito dopo, confesso che ne sarebbero quasi servite due. Oggetti che, comunque, alla fine abbiamo potuto riutilizzare per Kangaroo Island –meno male, altrimenti avremmo dovuto ricomprarli, visto che nell’ufficio noleggio di Adelaide questa possibilità non c’era. Ah, se ve lo state chiedendo, le lenzuola le abbiamo però comprate nuove –tra l’altro non lavate prima dell’uso (non c’era tempo di asciugarle) per inebriarci nella nostra prima notte in van del profumo di plastica cinese.

Beh, in un mese non mi sono mai ammalata e non mi è venuta nessuna malattia strana. Dentro di me pensavo: o muoio qui o faccio talmente tanti anticorpi che sopravviverò anche al peggio.

Ho imparato anche a cucinare con strumenti limitati. A parte con l’ultimo camper, fornito di ogni possibile pentola, padella e arnese di cucina, mi sono dovuta arrangiare con 2 forchette e due coltelli da tavola, un pentolino in cui a malapena si cuocevano due etti di pasta (tralasciamo il punto “bollire in acqua abbondante”) e una padella che tenevo stretta perché ormai deformata e pendente. Il tutto, su un fornellino che funzionava a bombola a gas (grande quanto una bomboletta spray) e nel retro del van oppure all’aperto sul tavolino da campeggio, mentre aprivo le portelle dell’auto per evitare che il vento gelido dell’Antartide spegnesse l’esigua fiamma.

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Il viaggio è stato anche, per fortuna, un’occasione per fare cose nuove, un elenco di “prime volte”.

Ho assaggiato un frutto della passione (grande delusione, nonostante la bellezza cromatica del frutto), un vero kiwi (dolce e maturo anche quando era duro come un sasso) e i mango australiani (qualità KP, da provare, decisamente più buoni di quelli alle Canarie).
Ho indossato un elmetto guidando la bicicletta in città –cosa che ho fatto solo perché obbligatorio per legge (a New Orleans mi sono sempre rifiutata di farlo per il caldo insopportabile, nonostante sia stata mezzo investita da una macchina una volta e un’altra mi sia distrutta un ginocchio quando la ruota della mia bici è entrata nel binario dello street car).
Ho dormito in un ostello, in un dormitorio misto. In realtà era la seconda volta, la prima era stata a 16 anni con mia sorella e mia mamma, lungo il cammino di Santiago. Ma era la prima volta in cui non avevo un pullman d’appoggio. E in più, alla sera, ho riscaldato la mia zuppa in compagnia di una gruppo di indiani che si erano presi possesso della cucina per preparare naan a volontà (io estasiata che guardavo la loro manualità nella preparazione).

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Ho guidato per la prima volta dall’altra parte della strada, con la delicatezza che solo un furgoncino del 1996 a cambio manuale può darti; ci siamo avventurati alla scoperta di questo continente con soltanto alcuni voli prenotati e un’idea d’itinerario, il resto è stato zaino in spalla e giorno per giorno.

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Cosa per me –maniaca del controllo e con la tendenza ad organizzare ogni minimo dettaglio- impensabile fino a quel 14 di dicembre, quando è iniziata quell’avventura che, nel bene e nel male, ha riportato a casa una me cambiata.

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4 pensieri riguardo “AUSTRALIA – Aneddoti di viaggio”

    1. In realtà paranoica non lo sono mai stata, semmai diffidente, ma da quando vivo a Minorca ogni volta che esco dalla mia “bolla” mi ricordo com’è il mondo là fuori..e poi, qualche difetto dovrò pure avercelo anche io!

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